Lara Gemelli

PROGRAMMA DI ISTRUZIONE E DI FORMAZIONE PROFESSIONALE PER NUOVI TRADUTTORI DI LETTERATURA NEOGRECA

«Investiamo e speriamo – e aspettiamo».

Thanassis Valtinòs

Scrittore, membro dell’Accademia di Atene

Qui sarà possibile sia tenersi informati sulle diverse novità che riguardano il programma sia vedere pubblicati i curricula dei nostri nuovi traduttori, oltre che loro varie traduzioni.

Il programma:

si configura come iniziativa sotto l’egida dell’Accademia di Atene ed è finanziato dall’Istituto Kosta ed Eleni Ourani e dall’Istituto Petrou Chari

La presenza di buoni traduttori è di vitale importanza per la promozione e la diffusione della letteratura neogreca all’estero. Sono certo molti i fattori che contribuiscono alla buona riuscita di un libro tradotto, il principale dei quali consiste tuttavia in una buona traduzione. Il programma intende soddisfare il bisogno di un compiuto percorso di istruzione letteraria e lavora per

L’istruzione e la formazione professionale di nuovi traduttori stranieri per la letteratura neogreca verso le lingue principali;

La creazione di una nuova generazione di ambasciatori delle lettere neogreche come anche della cultura greca più in generale, all’altezza degli ottimi traduttori e grecisti del passato;

La concessione di un massimo di 7 borse di studio ogni anno a giovani selezionati all’estero perché soggiornino in Grecia, migliorino il loro neogreco, acquisiscano le necessarie abilità traduttive e conoscano in maniera più approfondita la letteratura neogreca;

(Per ulteriori dettagli: www.greektranslatorprogramme.gr).

LEGGI IN FRANCESE, TEDESCO, ITALIANO, POLACCO, RUSSO, SERBO

 


Lara Gemelli – Nata a Venezia (VE) nel 1989, consegue la maturità classica presso il liceo ginnasio statale Raimondo Franchetti di Mestre nel 2008. Studia Mediazione Linguistica e Culturale in Neogreco e Nederlandese presso l’Università degli studi di Padova, dove si laurea nel 2012. Il tema della tesi triennale sono state le poesie satiriche del poeta nazionale Dionìsios Solomòs, in cui l’ironia del testo passa attraverso la commistione linguistica di greco moderno, greco delle Isole Ionie, italiano e veneziano. Nel corso della carriera universitaria triennale partecipa con borsa di studio ai programmi estivi di lingua neogreca THIESPA di Atene (2011) ed IMXA di Salonicco (2013). Nel 2012 prende parte al programma Erasmus di sei mesi presso l’Università Aristotele di Salonicco. Nel 2013 diventa borsista presso l’Istituto Petrou Chari di Atene, dove segue il programma di formazione professionale per nuovi traduttori di letteratura neogreca. Nel 2013 si iscrive all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Nel 2014 partecipa al programma Intensivo Erasmus 2014 per insegnare Italiano come lingua straniera, teoria e metodologia. Nel 2015 consegue, con lode, la laurea magistrale in Scienze del Linguaggio. Tema della laurea magistrale è stata la personale esperienza di insegnamento del neogreco al liceo classico, con l’utilizzo di strategie didattiche alternative, quali la ludodidattica e la tecnologia applicate al neogreco. Dal 2016 insegna neogreco presso l’Associazione Culturale Libellula con sede a Mestre (VE).


Language Italian
Translations (1)

Lo «Zippo» cromato con l’incisione

A Stavros Konstandinídis

Gli scontri tra i gruppi antagonisti e la polizia mi sorpresero in via Ermou. Ero andato da «Kosmás» a comprare del muggine affumicato e delle olive nere al forno. I disordini erano cominciati poco prima all’inizio di via Tsimiskí e si estero poi a tutta la via. A causa del gas lacrimogeno e del fumo non riuscivo a respirare; entrai così in un piccolo souvlatzídiko e da dietro la vetrata guardavo quello che succedeva. Gli anarchici davano fuoco ai cassonetti e lanciavano molotov e pietre, la polizia li inseguiva e quelli tornavano nuovamente al contrattacco.

Quasi tutta via Ermou era diventata un campo di battaglia. Una molotov colpì il períptero di legno, il chiosco tabaccheria, che stava lì di fronte. Un tendone di canapa grigia fungeva da tetto. Il legno prese subito fuoco e lentamente cominciò a salire verso l’alto. Il signor Paris, il proprietario del períptero – che conoscevo – l’aveva chiuso poco prima e se n’era andato per sottrarsi a tutto questo.

Era il 17 novembre del 2010[1], notte. O meglio mancavano poco alle sette, ma aveva già fatto buio e, a causa degli eventi, il quartiere si era svuotato e parecchi negozianti avevano abbassato le saracinesche per sicurezza.

Conoscevo abbastanza bene il signor Paris, perché avevamo entrambi la fissazione per gli accendini (ho anch’io una piccola collezione). Nel suo períptero vendeva, acquistava, scambiava e riparava solo accendini, nient’altro. Soprattutto datati, rari, ma anche moderni. Non smerciava altri generi ed era l’unico in tutta Salonicco a fare questo lavoro. Quando andavo a cercare qualche vecchio modello da collezione o a prendere delle pietrine, fiale di benzina e ricariche di gas zippo, spesso discutevamo della nostra comune mania: gli accendini. Poco alla volta mi raccontò gli eventi più importanti della sua vita: come era nata la sua passione e come gli era venuta in mente l’idea di aprire un períptero di questo tipo.

«Nel 1959» mi disse «avevo tredici anni e un anno prima avevo perso mio padre per infarto. Eravamo molto poveri e mia madre tirava avanti a fatica, ho anche un fratello più piccolo. Siamo cresciuti alla fine di via Vúlgari, vicino al rinomato locale Panórama. Lì lavorava un mio zio come maȋtre che un giorno mi dice:

»  ̶  Giovanotto, perché non vieni a lavorare al locale da me, così guadagni due soldi e aiuti tua madre?

»  ̶  E cosa dovrei fare? Gli dico.

»  ̶  Avrai un accendino e accenderai le sigarette alle signore che fumano. Appena tirano fuori la sigaretta, tu corri veloce e gliel’accendi. Ma guarda che devi avere occhi ovunque, mentre gli altri si divertono tu devi avere tutto sotto controllo, non ti deve sfuggire nulla. Devi anticipare tutte le signore ed essere educato, gentile, così ti danno la mancia.

»  ̶  Ottenni il consenso di mia madre, che mi adattò un vecchio pantalone di mio padre, m’infilò una camicia bianca, e lo zio mi mise in bella mostra sul collo un papillon bordeaux. Verniciai per bene le mie vecchie scarpe nere e cominciai una sera in cui al Panórama cantava l’allora famoso Tolis Charmas con la canzone “Carrè d’Assi” e Popi Lori, una cantante conosciuta e molto bella a quei tempi.

Negli intermezzi si esibivano anche altri artisti e c’era una ballerina di Kalamarià che faceva un numero con le spade: il suo nome d’arte era Sherazade, così la chiamavano, era parecchio brutta, ma all’epoca veniva considerata molto bella. Ballava la danza del ventre, cadeva sulle ginocchia, girava su sé stessa, si piegava all’indietro, fino a sfiorare il pavimento, e appoggiava sulla pancia nuda una spada dalla parte della punta e, tenendola dritta, si muoveva sensualmente.

»Mio zio mi aveva dato due accendini, uno per ogni tasca. Ero un bel ragazzino, con i capelli corti e piuttosto scuri e, mi ricordo, molto sensibile. All’inizio mi vergognavo molto, sudavo, mi mordevo le labbra, ma dopo un po’ acquisii un’aria professionale.  Dal punto che avevo scelto potevo seguire contemporaneamente tutte le signore del locale e pian pianino cominciai a prevedere chi di loro avrebbe acceso la sigaretta. Correvo veloce, facevo lo slalom tra i tavoli e arrivavo sempre un attimo prima che tirassero fuori il loro accendino o prima che gliela accendesse qualche signore della compagnia. Arrivavo davanti a loro come un lampo, mi mettevo sull’attenti e dopo una piccola riverenza gli accendevo abilmente la sigaretta con uno dei due “Ronson”, il cosiddetto “transatlantico”, in nichel, che mi aveva dato mio zio. Quest’accendino, lo sai, è largo e si accende da sopra facendo pressione col pollice: il cappuccio si apre e nello stesso tempo lo stoppino s’infiamma – più tardi ne sono uscite versioni migliorate, a gas.

»Aspettavo lì, all’erta, come se tendessi un’imboscata, non andavo neppure al bagno. Col tempo ero diventato una volpe, non mi scappava quasi nessuna signora. Il locale, che rimaneva aperto estate e inverno, era frequentato da molta gente per bene, ricchi. Il locale estivo si trovava fuori, in un grande giardino con alti pini. Su un lato c’era l’orchestra, appena rialzata su una pedana e al centro c’era una pista da ballo circolare, di cemento, dipinta di rosa ciliegio. La cucina si trovava all’interno, nel locale invernale. I camerieri erano seri, vestiti in modo impeccabile, col papillon, tutti in ordine, e anche loro seguivano con occhio vigile ogni cliente, nel caso avesse avuto bisogno di qualcosa. Veniva la crème della città, imprenditori, dottori, giornalisti famosi, attori, importanti avvocati, commercianti, redditieri, ma anche persone che erano venute da Atene per visitare Salonicco. Anche questo, se ci pensi, è normale perché nel locale, all’epoca, cantavano Kazantzidis con Marinella, Tonis Maroudas, Katy Grey e molti altri personaggi famosi di allora.

»Il locale estivo era immerso nel verde e nelle luci, fantasmagorico, maestoso, il servizio era impeccabile con cibi e bevande ricercati – mi sembrava una grande e splendida festa in paradiso, con tanta bella gente. Quindi anche le mance che prendevo erano generose. Riuscivo a guadagnare quattrocento dracme a sera, quando normalmente la paga giornaliera di un operaio era di ottanta. Lavoravo tutta l’estate e d’inverno solo il fine settimana, perché andavo a scuola.

»Mi piaceva questo lavoro e soprattutto mi piacevano le belle donne coi vestiti eleganti, gli abiti di gala, i cappelli e i tacchi che eccitavano il mio erotismo adolescenziale e mi facevano sognare e fantasticare. In particolare quelle che, siccome ero piuttosto magro e basso e dimostravo al massimo undici anni, mi prendevano tra le loro braccia, mi accarezzavano e mi baciavano, perché gli sembravo un bambino. Ma io fremevo già da allora e, nel modo più discreto possibile, gli mettevo una mano sul fianco, gli appoggiavo la testa sul seno, annusavo il loro profumo, facevo finta di toccargli le gambe per sbaglio e arrossivo, mi agitavo tutto.

»Di alcune di loro mi ero innamorato col pensiero e quando venivano al locale erano le mie favorite – a loro riservavo maggiori attenzioni rispetto alla altre. Appena tiravano fuori la sigaretta, correvo ad accendergliela con un accendino speciale che custodivo esclusivamente per loro, infilato nella tasca posteriore, mentre gli altri accendini, una decina, ce li avevo sparsi nelle tasche davanti. Quest’accendino era un “Dupont” placcato d’oro, sottile, con il cappuccio e la rondella d’accensione, silenziosissimo, che lanciava la sua fiamma rosso-blu gentile, dolce, delicata. Poi c’erano le prese in giro del personale.

»  ̶  Che lavoro fa il giovanotto?

»  ̶  Accende il desiderio delle donne.

»I soldi che guadagnavo, ed erano molti per quei tempi, li davo tutti a mia madre, era così contenta che piangeva dalla gioia. Ogni giorno mi ridava venti dracme, che per un ragazzino della mia età erano comunque tanti – mi sentivo ricco. Mia madre mi prese tre nuove camicie bianche, per cambiarmi e per non dovermi lavare ogni giorno la stessa camicia come faceva all’inizio, scarpe nuove e un secondo paio di pantaloni neri. E io coi miei soldi compravo, molto spesso, degli accendini nuovi, erano diventati la mia passione. Non li prendevo per lavoro, ma per mania personale. Mi stavo evolvendo in un collezionista – nel giro di due anni avevo messo insieme circa cinquecento accendini, alcuni di medio valore ma parecchi altri costosi: già da allora, a quindici anni, avevo parecchi “Ronson”, “Porsche”, “Zippo”, “Prince”, “Dunhill”, “Vector”, “Dalvey”, “Sarome”, “Dupont”, “Davidoff”, “Win”, in varie versioni, tre da tavolo con la base di legno, cinque molto buoni per la pipa, diversi tipi per i sigari, due svedesi, a benzina e parecchi accendini comuni di marca “Imco”, “Ideal” e “Kiskot” austriaci, ne avevo trovato uno vecchissimo, proveniente dall’Asia Minore, a benzina e con un lungo stoppino che bisognava avvicinare alla pietra focaia per accenderlo.

»Mi piaceva anche smontarli, li aprivo per vedere com’erano fatti e avevo imparato il meccanismo d’ognuno, e quando si guastavano, pian piano avevo imparato ad aggiustarli da solo. Così, oltre che collezionista, ero diventato anche un esperto, un maestro del mestiere autodidatta.

»Al “Panórama” il mio lavoro era “accendere il desiderio delle donne” (così mi canzonavano alcuni camerieri, che io a mio volta chiamavo “cavatappi”) e questo per quattro anni, finché non raggiunsi i diciassette. Poi non sarebbe stato più possibile, avrei potuto dare luogo a fraintendimenti – ero quasi un uomo. Avevo messo da parte un bel po’ di soldi e circa millecinquecento accendini. Ero stato promosso a cameriere, continuavo a guadagnare parecchi soldi, riuscendo così a soddisfare la mia passione da collezionista – nel frattempo avevo perso un anno di scuola, perché a sedici anni ero stato coinvolto in certi affari loschi. Ma non parliamone adesso. Finito il liceo sono partito per il militare.

»Quando tornai, ero disoccupato, ma non volevo rimettermi a fare il cameriere. Pensai di aprire una tabaccheria, poi però mi si presentò l’occasione di questo chiosco períptero. Era più adatto a me, perché mi sarei potuto occupare solo di accendini. Avevo la mia collezione, le nozioni, ma conoscevo anche tutta la congrega degli appassionati collezionisti che costituivano una clientela assicurata. Fu così che cominciai col períptero e mi andò bene; campo di questo lavoro da quasi trentacinque anni.

»Mi sono sposato e ho avuto una figlia – grazie a Dio. Ovviamente quando sono usciti gli accendini bic ho avuto qualche problema, ma gli appassionati non si sono fatti influenzare. Comunque vendo anche accendini bic, per non perdere clienti. La cosa più strana è che più il tempo passa, più sono le persone che apprezzano un buon ed elegante accendino. E i vecchi modelli hanno molta richiesta. Alcuni clienti che cercano tramite internet qualche modello molto vecchio e non riescono a trovarlo vengono da me. Di solito io ce l’ho o posso procurarglielo.»

Vedendo, dalla vetrata del souvlatzídiko, che fuori in via Ermou continuavano ad infuriare gli scontri tra i gruppi antagonisti e la polizia, pensavo a tutto quello che di volta in volta mi aveva raccontato il signor Páris. Il períptero adesso era in fiamme, stavano bruciando il tetto e il tendone di canapa grigia. Si stava fondendo. Da dentro cominciarono a sentirsi dei piccoli scoppi: le fiale di gas, la benzina per gli zippo e le centinaia, forse migliaia di accendini – la maggior parte dei quali erano a gas – avevano preso fuoco e saltavano per aria. Esplodevano con violenza e volavano dal tetto, tutt’attorno, infuocati, nella notte nera, come fuochi d’artificio sibilanti salivano sempre più in alto e poi ricadevano trasversalmente, ad arco, come scintille sull’asfalto e sui marciapiedi in una fantasmagorica acquamarina. Seguirono due minuti di tregua: gli anarchici e i poliziotti rimasero immobili ammirando lo spettacolo, senza sapere che cosa succedesse, ignari che quel períptero commerciasse solo accendini. Era come se avesse preso fuoco un piccolo laboratorio di fuochi d’artificio e i razzi venivano lanciati in alto verso tutte le direzioni, illuminando per qualche secondo tutto il campo di battaglia circostante – dopodiché, al loro seguito, saltavano ininterrottamente altri accendini scoppiettanti e continuava l’attrazione, lo strano spettacolo, la visione sfolgorante.

Uscii. A cinque metri, in mezzo al bagliore delle esplosioni, vidi qualcosa di metallico che brillava sul marciapiede. Mi abbassai e lo presi – era uno «Zippo» cromato con sabbiatura sui fianchi e aveva, da un lato, un’incisione con il volto di Marilyn Monroe. Funzionava benissimo, bisognava solo ricaricarlo. Me lo misi in tasca e il giorno seguente andai in cerca del signor Paris per restituirglielo. L’incontrai in un bar dove sapevo che andava di solito. Era molto dispiaciuto, piangeva – e mi disse:

«Il fuoco mi ha dato da vivere e il fuoco mi ha rovinato. In ogni caso, tra un anno vado in pensione. E i pezzi più pregiati della collezione, per fortuna, ce li ho nascosti a casa. Non so, mi inventerò qualcosa, forse venderò alcuni dei vecchi accendini per pagare il resto dei contributi. In qualche modo me la caverò. Tienti pure lo “Zippo” che hai trovato, così ti ricordi di me».

Si mise una sigaretta in bocca – avevo ricaricato lo «Zippo» in mattinata e mentre parlava lo tenevo tra le mani, così aprii svelto il cappuccio e gliela accesi lentamente. Con solennità e destrezza.

[1] Il 17 novembre è festa nazionale in Grecia. In tale data viene ricordata la rivolta scoppiata nel 1973 contro la dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Gli studenti del Politecnico di Atene avevano occupato lo stabile e installato una stazione radio, ovviamente illegale, per esortare il popolo a schierarsi contro la dittatura. L’irruzione delle forze armate pose fine alla protesta, provocando morti e feriti.

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