Francesca Zaccone

PROGRAMMA DI ISTRUZIONE E DI FORMAZIONE PROFESSIONALE PER NUOVI TRADUTTORI DI LETTERATURA NEOGRECA

«Investiamo e speriamo – e aspettiamo».

Thanassis Valtinòs

Scrittore, membro dell’Accademia di Atene

Qui sarà possibile sia tenersi informati sulle diverse novità che riguardano il programma sia vedere pubblicati i curricula dei nostri nuovi traduttori, oltre che loro varie traduzioni.

Il programma:

si configura come iniziativa sotto l’egida dell’Accademia di Atene ed è finanziato dall’Istituto Kosta ed Eleni Ourani e dall’Istituto Petrou Chari

La presenza di buoni traduttori è di vitale importanza per la promozione e la diffusione della letteratura neogreca all’estero. Sono certo molti i fattori che contribuiscono alla buona riuscita di un libro tradotto, il principale dei quali consiste tuttavia in una buona traduzione. Il programma intende soddisfare il bisogno di un compiuto percorso di istruzione letteraria e lavora per

L’istruzione e la formazione professionale di nuovi traduttori stranieri per la letteratura neogreca verso le lingue principali;

La creazione di una nuova generazione di ambasciatori delle lettere neogreche come anche della cultura greca più in generale, all’altezza degli ottimi traduttori e grecisti del passato;

La concessione di un massimo di 7 borse di studio ogni anno a giovani selezionati all’estero perché soggiornino in Grecia, migliorino il loro neogreco, acquisiscano le necessarie abilità traduttive e conoscano in maniera più approfondita la letteratura neogreca;

(Per ulteriori dettagli: www.greektranslatorprogramme.gr).

LEGGI IN FRANCESE, TEDESCO, ITALIANO, POLACCO, RUSSO, SERBO


Francesca Zaccone è nata a Venezia e ha studiato Letterature comparate presso la Sapienza Università di Roma, specializzandosi in traduzione di letteratura neogreca con Paola Maria Minucci. Dopo aver partecipato al Greek translators programme nell’anno accademico 2012/2013, nel 2014 ha frequentato il Master in Editoria della Fondazione Mondadori a Milano. Nel 2016 ha seguito il corso in traduzione editoriale dall’Inglese presso Oblique a Roma. Ha lavorato attivamente in ambito editoriale come lettrice e traduttrice letteraria dal neogreco (C. Bintoudis, La questione della lingua greca, Nuova Cultura; I.Ch. Papadimitrakopoulos, L’obolo, Bulzoni; Th. Valtinòs, Vita e opere di Andreas Kordopatis. Libro Ι: America, Bulzoni; Th. Valtinòs, Vita e opere di Andreas Kordopatis. Libro IΙ: Dalle Guerre Balcaniche al 1922, Bulzoni), ma anche dallo spagnolo, la sua seconda lingua madre (M. Asensi, Il ritorno del catone, Rizzoli) e dall’inglese (S. Branscombe, N. Maclean e altri, Giappone, Feltrinelli). Ha collaborato come lettrice, redattrice e correttrice di bozze con varie case editrici, tra cui Il Saggiatore, Neri Pozza, Rizzoli, Feltrinelli, Officina Libraria, Marsilio e, in Grecia, Estìa; nel 2016/2017 è stata caporedattrice della rivista scientifica Costellazioni, che tuttora affianca in qualità di consulente. Collabora all’edizione 2017 del progetto «Letterature dal fronte» per la diffusione della letteratura neogreca nelle scuole di Cassino. Attualmente svolge un Dottorato di Ricerca in Studi Interculturali (curriculum di Scienze del Testo) presso la Sapienza Università di Roma e collabora attivamente con la Cattedra di Lingua e Letteratura Neogreca della stessa università.


Language Italian
Translations (1)

Eravamo otto figli di cui tre femmine. Vassilis, il più grande, andava da un nostro zio calzolaio a imparare il mestiere di ciabattino e rattoppatore. Rimase con lui un anno. Poi litigarono perché non lo faceva lavorare al nuovo, e se ne andò.

C’era uno in paese che aveva cento dracme, non aveva famiglia, e Vassilis le prese in prestito per lavorare in proprio.

Io andavo ancora alle elementari. Avevamo per maestro un certo Agridès Zacharòpulos, detto Tappo o Asino. Era un po’ basso, portava la fustanella e calze, e un pettorale sul celeste, era molto duro.

Quando c’era intervallo a scuola mangiavo pane e andavo ad aiutare Vassilis. Torcevo i fili e li inceravo, portavo acqua. Poi suonava di nuovo la campanella e tornavo dentro.

Dopo poco tempo, Vassilis decise di imparare un altro mestiere, quello del cuoiaio, per fare scarpe tsaruchi alla maniera degli arvaniti, cinturoni, giberne, correggeria.

Scese a Tripoli e trovò un artigiano, Michalis Gheorghìu, e si accordarono su quanto avrebbe preso per insegnargli l’arte per sei mesi. E gli pagò tutti i mesi anticipati.

Gli portammo biancheria per dormire – dormiva dentro la bottega, una bottega piccola e stretta, su nella zona del mercato, a destra.

Dopo cinque mesi scrive una lettera a nostro padre, che gli mandi cinquanta dracme per comprare cuoio e farci scarpe tsaruchi con roba sua, per chi le voleva.

E fece venti paia di diversi numeri e venne in paese, le vendette tutte. Da allora non tornò più a Tripoli. Mise su un banco nel negozio di un parente, Theofanis Benu, e lo avviò e cominciò a lavorare regolarmente. Portava materiali di prima qualità, serviva tutto il villaggio. Me, mi aveva preso con sé per dargli una mano e mi insegnava a raspare, a usare il bisegolo e il tiraforme.

Nell’ottobre del ’95, Theofanis e i suoi fratelli ci proposero di entrare in società. Loro avrebbero messo i soldi per ingrandire l’impresa, drogheria e calzoleria.

Si accordarono con Vassilis e mandarono a comprare merce al Pireo e a Sira e riempirono il negozio.

Per qualche anno si lavorò bene. Nel ’97 ci fu la guerra ai confini, poi ci fu una grande miseria e la gente patì la fame. Noi avevamo cominciato a fare credito, ma soldi non ce n’erano e non potevano restituirceli. E così l’impresa andò fallita per i crediti.

Appena si seppe, un avvocato di Levidi, Spiros Karandussis, ci si mise alle costole per farci trascrivere nel registro i debitori e trascinarli in tribunale. Lui stesso, all’occorrenza, avrebbe fatto da falso testimone. Lo cacciammo, nessun aveva niente da tirare fuori. I villaggi erano in agonia. In giro non c’era niente da mangiare. Le madri mandavano i figli ai torrenti a raccogliere granchi da cuocere con il cavolo per spezzare il digiuno. Poi non si trovò nemmeno più il cavolo perché arrivarono le cavallette, una nuvola ne coprì la zona.

Allora al sindaco arrivò l’ordine di suonare la campana e farci riunire tutti con lenzuoli e rami di salice, ucciderle, farle cadere sui lenzuoli, poi scavare fosse e seppellirle.

Uscivamo in grandi squadre, le uccidevamo e le seppellivamo senza sosta. Ma la piaga non si riduceva e lo Stato ci mandò petrolio con cui cospargerle. Poi ci mandò crusca avvelenata.

Quelle che la mangiarono morirono e riempirono ogni angolo, quelle che non la mangiarono volarono via e infestarono le campagne, i binari, fermarono i treni, distrussero le viti, le pannocchie. Non lasciarono niente di verde.

Finché alcuni si incattivirono con tutto questo male, e cominciarono a rapinare.

Uno delle nostre parti, Vassilis Arghiròpulos, batteva gli ovili per rubare capre.

In quegli anni non c’era la polizia, venivano dei distaccamenti. Lo vennero a prendere e lo catturarono verso Megas Spìleos con un suo compagno, Panagòpulos. Li misero ai ferri e li fecero passare dal nostro paese, a un’ora di distanza.

Sua madre gli andò dietro scalza.

Vicino a Kakuri, Arghiròpulos voleva pisciare e chiese di essere sciolto. Era un trucco. Si mise a fare i suoi bisogni, grossi, il gendarme guardava altrove. Solleva un masso, glielo dà in testa, gli prende l’arma, i proiettili, scappa.

Gli altri gli sparano da dietro nella carne, gli risparano, lui cade in ginocchio, ne uccide un altro.

E poi tornò attraverso le montagne.

Arrivò a Ilìa, poi se ne sentì parlare a Mani.

Una notte arrivò in paese, frequentava una vedova, lo tradirono. Da allora non ricomparve più, ma gironzolava giù, tra i campi di Amaliada.

Lì c’era un tale Ilìas Mòskovos di Kerpinì, Gortinia, amico di suo padre, che gli dava da mangiare.

Aveva un negozio grande, e quando ci andavano quelli di Dara a cercare un piccone, o per la vendemmia, faceva loro credito. Coltivava anche uva, e la vendeva in Inghilterra.

Lui gli organizzò la partenza su una nave merci che portava sacchi. Gli misero sacchi sui lati, a quadrato, altri sopra, e partì. I suoi non sapevano niente.

Per un mese lo diedero per disperso, poi si disse che faceva il partigiano in Macedonia. Dopo un anno ricevono una lettera dall’America, da Nuova York, sta bene. Lui non sapeva scrivere, aveva chiesto a un altro.

Poi scrisse di nuovo per far partire i fratelli e i cognati. Subito dopo di loro partirono anche altri trenta di Dara. Andarono anche due nostri fratelli minori, Ghianis e Dimos. Per pagare il biglietto vendemmo un campo e un bue.

Loro furono i primi a partire.

Poi da lì scrivevano a casa, e facevano arrivare anche gli altri.

Θάνασης Βαλτινός, Το συναξάρι του Ανδρέα Κορδοπάτη. Βιβλίο πρώτο: Αμερική, Βιβλιοπωλείον της Εστίας, Αθήνα 201512

Thanassis Valtinòs, Vita e opere di Andreas Kordopatis. Libro primo: America, trad. it. Francesca Zaccone, Bulzoni, Roma 2017 (in corso di pubblicazione)

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